Sesso e Salute

ginecologo candidato al premio Nobel

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Fra i candidati al Premio Nobel per la Pace 2014,  c’era anche un ginecologo: Denis Mukwege, medico della Repubblica Democratica del Congo. Mukwege è stato candidato per il suo impegno a favore delle donne vittime di brutali vittime di violenze sessuali nel Kivu Sud, regione al confine con il Ruanda, che da anni tormentata da conflitti “a bassa intensità” che prendono di mira il corpo femminile per colpire a morte intere comunità. Lo stupro come arma di distruzione di massa. Non è un’esagerazione, e lo dicono i numeri:  in 15 anni di attività all’ospedale di Panzi, che ha fondato nel 1999, Mukwege ha curato oltre 40mila donne di ogni età, ferite e mutilate da violenze la cui brutalità è penosa da immaginare e raccontare.

 

Mukwege si laurea con una tesi in pediatria. Giovane medico, sperimenta “una realtà orribile, che non avrei mai immaginato prima”: la mortalità da parto nelle zone rurali del Congo. Decide così di specializzarsi in ginecologia. Nel 1999 lo sorprende il primo caso di stupro. Che annuncia una nuova emergenza: “Quando ho visto arrivare le prime donne con la vagina lacerata da un coltello, da una baionetta, fatta esplodere da un proiettile, mi sono sentito terribilmente  impreparato. In Francia avevo appreso la chirurgia per via vaginale, e quando mi trovavo davanti una vagina devastata, sapevo come procedere per la ricostruzione. Ma l’operazione era lunghissima, rischiosa, poteva durare tre o quattro ore. La mattina presto mi recavo a Panzi, operavo per ore e rientravo a fine serata, distrutto... Era veramente pesante da sopportare e, siccome lavoravo da solo, ero stravolto”, racconta alla giornalista belga Colette Braeckman nel libro Muganga. La guerra del dottor Mukwege, appena tradotto in Italia daFandango.

 

Oggi alla Panzi Foundation il “muganga” (medico) è affiancato da uno staff di 600 persone: medici, infermieri, assistenti sociali. C’è attenzione alla mediazione familiare: le donne violentate spesso vengono respinte dai parenti e i mariti, che hanno assistito impotenti alle brutalità, si sentono incapaci di riprendere il loro ruolo. Una comunità accoglie chi non può rientrare al loro villaggio, ed è sorprendente – dice Mukwege – la forza con cui si  riappropriano di se stesse e tornano a lavorare, a occuparsi del benessere della famiglia e della comunità”.

 

Ma le brutalità non sono finite. Nella regione imperversano diversi gruppi ribelli e nell’esercito, dal 2002, sono stati integrati senza alcuna procedura di vetting uomini di vari movimenti armati, spesso a loro volta traumatizzati e violenti. Dal 2012 il numero di donne che si rivolgono a Panzi è nuovamente in aumento. Con le violenze avanzano malattie e distruzione. Una strategia diabolica? ci si domanda nel libro. Mukwege, che ha più volte denunciato la situazione, l’impunità dei colpevoli e il silenzio della comunità internazionale, nel 2012 è scampato ad un attentato e oggi vive sotto protezione. Non ha smesso di farsi portavoce delle vittime: “In alcuni casi sono l’unico a cui le donne si possano rivolgere: sento il dovere morale di far conoscere cosa subiscono”. Nel 2014 è candidato anche al Premio Sacharov per la libertà di pensiero.

 

 Ilaria Romano

giornalista

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