Ginecologia

Lo screening mammografico. Serve davvero?

Da circa 10 anni è in corso una vera e propria battaglia tra  sostenitori e detrattori dello screening mammografico.

Lo screening mammografico non ha nulla a che vedere con la mammografia come tecnica diagnostica a cui viene universalmente riconosciuta una validità insostituibile.

Lo screening è una particolare modalità di applicazione e uso di una tecnica diagnostica che deve avere determinate caratteristiche. Deve, cioè, essere

  • applicato sulla fascia più ampia di popolazione prescelta, apparentemente sana
  • di facile esecuzione
  • poco costoso
  • facilmente accettata dalle/dai pazienti
  • rapida
  • il rischio di manifestazione della malattia cercata nella popolazione selezionata e le spese connesse alla sua cura deve giustificare la spesa per sostenere lo screening.

Da quanto detto è evidente che sarà sempre una Istituzione o Ente a proporre lo screening e a scegliere la popolazione bersaglio (ad esempio: donne; fascia d'età da tot a tot; adolescenti; neonati ecc ecc...).

Questa è la differenza tra esame mammografico a cui la donna si sottopone di propria iniziativa, periodicamente e lo screening che viene proposto da una istituzione alla donna.

Nel 2001 fu pubblicato uno studio di una prestigiosa organizzazione scientifica internazionale, la Cochrane Collaboration che metteva in guardia dagli effetti collaterali dello screening mammografiico (ansia, false diagnosi con conseguente eccesso di biopsie o addirittura di mastectomie).

Nel 2009 è stato pubblicato, ad opera degli stessi autori del Nordic Cochrane Center un opuscolo tradotto in 11 lingue che ripropone lo stesso tema ed inizia cosi:

"Può essere ragionevole partecipare allo screening mammografico del cancro della mammella , ma può anche essere ragionevole non farlo, dal momento che lo screening comporta sia benefici che rischi."

Di seguito, la sintesi del lavoro pubblicato nel 2011 dal gruppo di studio:

Lo screening del cancro della mammella con la mammografia

Gøtzsche PC, Nielsen M Published Online: April 13, 2011

Lo screening con la mammografia utilizza i raggi X per evidenziare un eventuale cancro al seno prima che il nodulo diventi palpabile. L'obiettivo è quello di trattare il cancro quanto più precocemente possibile, ciò che rende la cura massimamente efficace. E’ stata eseguita un’analisi di sette studi che hanno coinvolto 600.000 donne che, in modo casuale, sono state divise in due gruppi: un gruppo è stato sottoposto a mammografie di screening , ‘altro no. La revisione ha trovato che lo screening mammografico per il cancro al seno probabilmente riduce la mortalità, ma l'entità dell'effetto è incerto. Lo screening comporta che alcune donne ottengano una diagnosi di cancro, anche se il loro cancro non si sarebbe mai manifestato o non avrebbe causato la morte. Al momento, non è possibile dire quali siano le donne, e che probabilità abbiano di avere l’asportazione del seno o di un nodulo e di ricevere radioterapia inutilmente. Questa analisi ha stimato che lo screening porta ad una riduzione della mortalità per cancro al seno del 15% e ad una sovradiagnosi e sovratrattamento nel 30%. Questo significa che per ogni 2000 donne invitate allo screening in 10 anni, una avrà un prolungamento della vita. Inoltre, 10 donne sane, che non sarebbero state prese in considerazione se non ci fosse stato lo screening, saranno diagnosticate come pazienti affette da cancro al seno e saranno trattate inutilmente. Più di 200 donne sperimenteranno importante stress psicologico per molti mesi a causa di falsi positivi. Non è quindi chiaro se lo screening fa più bene che male. Le donne invitate allo screening devono essere pienamente informate sia dei benefici che dei danni. Per garantire che i requisiti per il consenso informato per le donne che vengono arruolate per un programma di screening possono essere soddisfatti, abbiamo scritto un opuscolo evidence-based per i non addetti ai lavori.


Screening mammografico: le vite salvate sono il doppio delle sovradiagnosi. Il confronto tra beneficie rischi nello studio dello European Screening Network

da  www.osservatorionazionalescreening.it/

12 settembre 2012 - Una vasta revisione della letteratura disponibile sui programmi europei di screening organizzati della mammella ha concluso che i benefici in termini di vite salvate superano del doppio i casi di sovradiagnosi: ogni 1000 donne, sottoposte a screening biennale a partire dai 50 anni fino ai 68-69, il guadagno di vite oscilla tra 7 e 9, a fronte di 4 casi di possibile sovradiagnosi. 
Questi risultati, frutto di un lavoro che ha coinvolto ricercatori di nove Paesi europei organizzati nell’European screening network, sono stati raccolti in un supplemento del Journal of Medical Screenng 

L’analisi dei dati, che hanno preso in considerazione studi osservazionali, studi caso-controllo e studi sulla mortalità realizzando l’unica revisione globale disponibile ad oggi sui risultati degli screening organizzati della mammella, fornisce altre utili informazioni, sottolineando per esempio che ogni 1000 donne partecipanti al programma, 170 sono richiamate per un accertamento di tipo non invasivo e 30 per un accertamento invasivo (come una biopsia), che si concludono, tuttavia, con una diagnosi finale negativa.

Proprio il rischio di sovradiagnosi, concetto che indica quei tumori della mammella destinati a non manifestarsi nel corso della vita di una donna e che non verrebbero mai individuati senza lo screening, è stato al centro di un intenso dibattito dopo la pubblicazione un paio di anni fa  di un articolo su The Lancet a firma di Peter Gotschtze per la Nordic Cochrane Collaboration.

Il supplemento pubblicato oggi affronta anche i criteri adottati per valutare il tasso di sovradiagnosi, mettendone in luce seri limiti metodologici.

In parallelo un secondo gruppo di lavoro, European Network for Indicators on Cancer (Eunice) ha svolto un dettagliato lavoro di revisione sulle modalità organizzative, il tasso di adesione e i principali criteri di qualità di 26 programmi di screening in 18 diversi Paesi che hanno coinvolto 12 milioni di donne tra il 2001 e il 2007. Anche queste informazioni sono state incluse nella revisione.

I dati scientifici sul rapporto costo-benefici dello screening mammografico sono stati discussi dal gruppo di lavoro sia a Varsavia nel maggio 2010, sia a Firenze, nei due incontri di novembre 2010 e marzo 2011 organizzati dall’Ons.

Le conclusioni di questo grande sforzo consentono quindi di affermare che i programmi di screening stanno ottenendo i benefici attesi e delineati negli studi preliminari condotti anni fa e che la possibilità di salvare la vita delle donne, attraverso un’offerta di qualità elevata, è superiore ai rischi connessi.

Il dovere di comunicare (bene) 
Il supplemento dedica anche un focus specifico alle esigenze e alle modalità di una buona comunicazione. Negli anni passati la comunicazione negli screening è stata talvolta giudicata da un lato troppo propensa a enfatizzarne i benefici, e dall’altro incline a sottovalutarne i rischi, e anche su questo tema si è sviluppato un forte dibattito.

L’obbligo di fornire alle donne tutte le informazioni necessarie per una scelta informata viene ribadito nel supplemento in un articolo che riflette anche sui grandi cambiamenti avvenuti nella comunicazione dei rischio negli ultimi anni. Oggi, la maggior parte dei programmi di screening europei si sta orientando verso la massima trasparenza sul rapporto rischio-benefici. Una trasformazione di scenario che richiede, tuttavia, il miglioramento delle capacità dei programmi di condurre una comunicazione efficace e quindi di offrire alle donne gli elementi per una crescita di consapevolezza insieme a informazioni accessibili, rilevanti e comprensibili.

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